Come va il Superbonus 110%? Lo rivela un Osservatorio dedicato

Ottima idea, un po’ meno facile la messa in pratica: ecco come viene percepito e vissuto da parte dei cittadini il Superbonus 110%,  l’incentivo che agevola gli interventi di efficientamento energetico e sismico. Lo rivela il 110%Monitor – il nuovo Osservatorio Nomisma sulle operazioni di riqualificazione energetica e sismica soggette al Superbonus – che fornisce aggiornamenti trimestrali sull’andamento di questa iniziativa. L’obiettivo dell’Osservatorio è monitorare l’efficacia del Superbonus, valutarne le criticità e promuovere modelli di business che ne facilitino l’accessibilità da parte dei cittadini italiani. 

Passaggi da correggere

Ferma restando la validità dell’incentivo, ci sono delle criticità da correggere. Come riporta l’Osservatorio, “Attualmente, infatti, gli interventi asseverati stanno crescendo più lentamente rispetto alle aspettative, emerge un senso di rassegnazione da parte delle famiglie a fronte delle incertezze normative, e i condomìni – i principali destinatari di questa iniziativa – hanno delle difficoltà ad attivarsi”.  Tanto che sono sempre meno i condomini che utilizzano questa risorsa: i dati affermano che circa il 40% degli interventi riguarda le abitazioni singole. Per quanto concerne gli ambiti territoriali, gli interventi si stanno concentrando in territori come Lombardia, Veneto, Lazio ed Emilia-Romagna, regioni più pronte a gestire a livello amministrativo e realizzativo operazioni simili.

Interventi a rilento

L’analisi ha esaminato l’andamento delle richieste di intervento e quelle effettuate a poco più di un anno dal lancio dell’incentivo. Dai dati di 110%Monitor emerge come il numero di interventi asseverati sia cresciuto, ma non alla velocità attesa. L’aspetto più grave è però un certo pessimismo rispetto al bonus evidenziato da molte persone, scoraggiamento che si evince dal calo, rispetto all’anno scorso, del numero di famiglie potenzialmente interessate, che sono passate dai 10,5 milioni di maggio 2020 ai 9 milioni di giugno 2021. Un atteggiamento che conduce a un rallentamento della crescita degli interventi. I dati Enea del 17 maggio 2021 affermano che sono in corso 14.450 cantieri, per un importo lavori di 1,66 miliardi. “Una percentuale esigua rispetto alla domanda potenziale”, ha commentato Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo Nomisma.

“Effetto rassegnazione”

Quali sono però le criticità che hanno portato a questo “effetto rassegnazione”, come lo ha definito lo stesso Marcatili? Sono diverse le problematiche segnalate dai cittadini, ma le principali sono l’incertezza sulle decisioni normative e l’inadeguatezza delle informazioni a disposizione degli operatori. “Ulteriori nodi problematici” rivela ancora l’Osservatorio “sono rappresentati, inoltre, dalle difficoltà riscontrate dalle imprese a causa dell’aumento dei prezzi e dal fatto che anche abusi di minima entità possono impedire l’avvio delle operazioni”.

L’azienda è più produttiva se forma donne manager

La formazione manageriale ha un impatto positivo sulla produttività delle imprese: esiste un gap di produttività fra chi rivolge la formazione solo agli uomini e chi invece la fa anche alle donne. In particolare, quando vengono coinvolte le donne, l’aumento di produttività è più alto del 9%. Fare formazione alle manager conviene poi sia nella manifattura, dove l’aumento è del 9%, sia nei servizi, dove la produttività si innalza dell’8%  Sono alcuni risultati di un’indagine di Fondirigenti, il Fondo interprofessionale per la formazione dei manager, promosso da Confindustria e Federmanager, e condotta in collaborazione con le Università di Trento e Bolzano.

Le manager in formazione sono più giovani dei colleghi maschi

Dal 2010 al 2020 la ricerca di Fondirigenti ha evidenziato una decisa crescita delle attività formative rivolte al management femminile, dal 13 al 21% del totale, con un aumento di quasi il 60% della sensibilità delle imprese in questa direzione. Le manager in formazione sono inoltre più giovani dei colleghi di sesso maschile, perché sei su dieci di loro (il 57%, per l’esattezza) hanno meno di 50 anni, mentre non vengono rilevate differenze significative nella durata media dei corsi di formazione, che si attestano attorno alle 19 ore, con o senza donne coinvolte. In particolare, la fascia d’età maggiormente rappresentata dalle dirigenti donne in formazione è quella fra i 30 e i 34 anni, che fa salire al 27% la presenza femminile in questo range anagrafico. D’altra parte, tra i dirigenti in formazione oltre i 55 anni, le donne rappresentano solo il 12% del totale.

Più sale la dimensione aziendale più aumentano le donne dirigenti

Se, in base alla distribuzione geografica delle imprese, come singola regione è la Lombardia quella che assorbe più donne sul totale dei dirigenti donne (51,80%), come ripartizione geografica è il Centro a coinvolgere maggiormente il sesso femminile (46%), mentre al Nord la percentuale è del 35% e al Sud al 28%. Inoltre, più sale la dimensione aziendale e più aumenta il coinvolgimento delle donne dirigenti: nelle microimprese soltanto lo 0,4% delle imprese inserisce in formazione donne manager, percentuale che cresce all’8,2% nelle piccole imprese, e al 40% nelle medie imprese, mentre la quota sale al 51,4% nelle grandi imprese.

Scienza e tecnologia i settori con più donne nei processi formativi 

Inoltre, riporta Adnkronos, la percentuale delle aziende che rivolgono la formazione ad almeno una donna manager cresce con il crescere dell’età dell’impresa. Infatti, il 91% di tutte le aziende che coinvolgono nella formazione almeno una dirigente di sesso femminile ha più di dieci anni d’età. Last but not least, a inserire più donne nei processi formativi dei dirigenti sono le imprese che lavorano nei settori della scienza e della tecnologia, dove il 49% di esse ha almeno una donna in formazione.

Le ricette per l’estate si cercano su Pinterest

Arriva l’estate, e col caldo si ha voglia di fresco, anche a tavola: meglio optare per ricette più rapide e leggere piuttosto che dover accendere i fornelli. Non sorprende quindi che le ricerche su Pinterest per “ricette salutari” siano aumentate di 18 volte, perché i Pinner si rivolgono alla piattaforma anche per trovare l’ispirazione per i propri menu estivi, e per gustosi piatti freddi a base di frutta e verdura.
La cucina estiva è composta infatti principalmente da verdure e frutta, ricche di acqua, zuccheri e sali minerali, elementi molto importanti per affrontare le giornate calde e umide. Ma un trend in crescita, per godersi anche la vita all’aria aperta, risulta anche l’organizzazione di picnic. Su Pinterest le ricerche di “ricette per picnic” infatti sono aumentate del 280%, a dimostrazione di come le persone preferiscano passare sempre più tempo a contatto con la natura.

I piatti da servire freddi

Tra gli ingredienti più utilizzati d’estate, ci sono insalate, formaggi, pomodori, zucchine e peperoni, che possono essere consumati anche crudi e sono estremamente versatili per la preparazione di tantissimi piatti. Per coloro che invece cercano menu più elaborati, pesce e crostacei sono gli ingredienti ideali da tenere in cucina, perfetti per ricette non solo fresche, ma appunto, anche leggere e salutari.
In ogni caso, in estate sono i piatti freddi a predominare sulla tavola. Facili da preparare, sono perfetti per le giornate calde e allo stesso tempo deliziosi. Tra i piatti più conosciuti della stagione su Pinterest si possono trovare quindi ricette veloci e semplici a base di insalata, come insalata di fagiolini, pomodoro e tonno, idee per aperitivi estivi, e 20 ricette per la pasta fredda.


Le ricette per picnic più popolari
Dato il clima sempre più caldo, le persone stanno cercando modi per passare più tempo all’aria aperta, come le gite fuori porta. E quale modo migliore per approfittare della bella stagione se non facendo un picnic? Preparare i piatti per l’occasione potrebbe sembrare complesso, ma su Pinterest si possono trovare milioni di idee e consigli per non lasciarsi cogliere impreparati. Qualche esempio? Le ricette più ricercate dagli utenti di Pinterest sono ricette per cous cous (in aumento del 250%), ricette con riso freddo (in aumento del 120%), muffin di pizza (in aumento fino a 5 volte), idee per insalata (in aumento fino a 6 volte), e ricette vegetariane facili (in aumento fino a 41 volte).


I must have per mangiare all’aria aperta
La chiave per un picnic perfetto però sta soprattutto nell’organizzazione. Su Pinterest gli utenti possono trovare non solo idee su cosa mangiare, ma anche spunti su cosa acquistare, per esempio cestini e coperte da picnic. O ancora, tips su e come preparare il perfetto picnic estivo. Qualche esempio? 12 cose che non devono mancare per un picnic con gli amici, il cestino da picnic, la coperta da picnic impermeabile, e come organizzare un picnic con i fiocchi.

La pandemia accelera il business green. I 5 eco trend del 2021

La tendenza verso comportamenti di consumo più consapevoli è in atto da almeno un decennio, ma la pandemia costringe a tenere ancora più conto dell’ambiente. Nel 2021 la sostenibilità sarà più che mai all’ordine del giorno, e secondo Michael Stausholm, fondatore e ceo di Sprout World, saranno 5 i macro trend più importanti quest’anno, di cui il primo è proprio una maggiore attenzione alla sostenibilità. Da ‘nice to have’ la sostenibilità diventerà ‘need to have’, ovvero, non sarà più solo qualcosa da citare sul proprio sito aziendale perché fa una buona impressione, ma una necessità fondamentale nell’attività e nella strategia di impresa. Insomma, è arrivato il momento di tradurre le buone intenzioni in azioni e programmi concreti.

Occhi puntati sul greenwashing

Il greenwashing è concepito con l’obiettivo di far credere alle persone che l’azienda sta facendo molto per proteggere l’ambiente di quanto non faccia in realtà. Ma la crisi da Covid-19 ha reso insofferenti ai marchi che millantano credito dal punto di vista ambientale e sostenibile. Sia i media sia i consumatori hanno gli occhi puntati sul greenwashing, sarà perciò fondamentale fare attenzione a quello che si porta avanti, e a come lo si comunica.

Nel 2021, il secondo trend sarà proprio una maggiore richiesta di prove concrete per verificare cosa si nasconde dietro le parole utilizzate dalle aziende.

Focus su blockchain e sugli incontri virtuali

La stragrande maggioranza dei prodotti di consumo è prodotta in Cina, facendo emergere problemi come il blocco delle forniture dovuto alla pandemia e il controllo, da parte delle aziende, su come vengono realizzati i loro prodotti. Ecco perché nel 2021 molte aziende europee e americane riporteranno la loro produzione nei rispettivi continenti (terzo trend).

Il 2020 poi ha mostrato quanto lavoro a distanza e meetup possono essere organizzati con successo. Naturalmente gli eventi virtuali non possono sostituire le interazioni di tipo fisico, ma ci siamo resi conto che possiamo essere molto più selettivi nel modo in cui spendiamo le nostre risorse. In tempi post-pandemici, questa è una lezione che ricorderemo, e a cui ci atterremo in futuro con impatti positivi importanti per la salute del pianeta (quarto trend).

È ora di ridimensionare gli uffici

Con la crescita del lavoro a distanza molti imprenditori si stanno chiedendo se uffici di grandi dimensioni siano davvero una necessità, riporta Adnkronos. “In Sprout World stiamo esaminando la possibilità di lasciare il nostro ufficio centrale, che è molto grande e spesso mezzo vuoto, per affittare uffici di co-working – spiega Michael Stausholm -. In questo modo, noi, e molte altre aziende in tutto il mondo, risparmieremo Co2 non spostandoci quotidianamente”. Nel 2021, la regola di meno spazio e maggiore flessibilità diverrà la norma (quinto trend), e la riduzione del pendolarismo sarà un miglioramento importante per il pianeta.

Denaro contante e Covid: in 9 milioni hanno paura del contagio

Sono oltre 9 milioni gli italiani che dichiarano di non usare più monete e banconote per paura di essere contagiati dal virus Covid-19. Se, a livello nazionale, la percentuale di chi afferma di abbandonare il contante per paura del contagio è pari al 19%, a essere più propensi a questa scelta sono gli uomini, il 21% rispetto al 17% delle donne, e i residenti nelle aree Nord-Ovest (24%).

Si tratta dei dati di un’indagine di Facile.it condotta dall’istituto di ricerca EMG Acqua a metà ottobre 2020.

Gli italiani non rinunciano a monete e banconote per spese di piccolo taglio

Per i pagamenti delle piccole spese quotidiane il 64% degli italiani usa ancora in via esclusiva o preferenziale il denaro contante, ma alla luce di alcuni provvedimenti del Governo, come cashback e lotteria degli scontrini, qualcosa sembra pronto a cambiare. Il 59,4% del campione intervistato dichiara che considerati questi incentivi, da ora in avanti userà maggiormente carte di credito, bancomat e prepagate. A fare da contraltare, però, il 20,4% degli intervistati (26,1% nei centri abitati con oltre 100.000 residenti) sostiene di non avere alcuna intenzione di rinunciare a monete e banconote se la spesa è di piccolo taglio.

Zero commissioni? La parola ai clienti

Quale opinione hanno i consumatori sull’abolizione delle commissioni a carico degli esercenti per importi inferiori a 5 euro pagati con moneta elettronica? Come prevedibile, la stragrande maggioranza degli intervistati (89,6%) è favorevole all’eliminazione, ma quello che colpisce sono le motivazioni. Quasi 1 su 3 (31,3%) afferma infatti di essere favorevole perché ritiene questo possa fare emergere una buona parte di evasione fiscale. Appena meno (29,6%) sono coloro per cui questo provvedimento avrebbe come effetto quello che gli esercenti non avrebbero più scuse per non accettare pagamenti con carte elettroniche anche per piccoli importi. E uno su quattro (26,2%) dichiara invece di essere favorevole perché ciò consentirebbe di limitare l’uso del denaro contante e, così, potrebbe aiutare a contenere la diffusione del Covid.

Dire o no addio al contante

Se più di un italiano su quattro (27,1%) oggi usa esclusivamente denaro contante il 36,9% ricorre alla carta unicamente se si trova a non avere in tasca monete o banconote.

C’è poi chi usa prevalentemente la carta elettronica e ricorre al contante solo se il commerciante non accetta pagamenti elettronici (29,4%), e chi, nel caso il commerciante non accetti carte elettroniche, cambia negozio (6,6%). Ma quali sono le ragioni per cui oltre 16 milioni non vogliono dire addio al contante? Per il 18% il contante viene percepito come più comodo, il 17,2%) ha difficoltà a controllare le proprie spese personali e il 16,8% ha paura di furti e clonazioni. Il 4%, poi, non vuole rinunciare a monete e banconote per timore di essere controllato.

Sanità, aumentano gli investimenti nel digitale

Il digitale non solo ci ha permesso di lavorare, studiare, comprare, parlare, informarci e divertirci durante il periodo del lockdown, ma sempre più avrà la responsabilità della nostra salute. Questo perché l’emergenza sanitaria ha fatto crescere la consapevolezza tra cittadini, professionisti sanitari e manager delle strutture sanitarie di quanto possa contare il  contributo del digitale nel processo di prevenzione, cura e assistenza. Ma è ancora lontana una piena evoluzione del sistema sanitario italiano verso il modello della “Connected Care”, ovvero un sistema salute connesso e personalizzato, grazie a un utilizzo maturo delle tecnologie digitali, alla valorizzazione dei dati e all’empowerment dei cittadini e dei professionisti.

Boom di interesse per la Telemedicina

Nel 2019 la spesa per la Sanità Digitale era cresciuta del 3%, raggiungendo un valore di 1,43 miliardi di euro e confermando il trend di crescita già osservato negli ultimi anni. Per il 2020, il 45% dei CIO (direttori informatici) delle aziende sanitarie stima un aumento delle spese correnti e il 47% una crescita degli investimenti per la sanità digitale. Il boom di interesse per la Telemedicina durante il lockdown ha portato a un aumento delle sperimentazioni: il 37% delle strutture sanitarie sta sperimentando il Tele-monitoraggio (27% nel 2019) e il 35% la Tele-visita (15% nel 2019). Sono questi alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano.

I medici? Sempre più smart

Anche il “connubio” tra professionisti e digitale non fa paura. In base all’Osservatorio, i medici sono sempre più aperti all’uso di strumenti digitali. E secondo il 57% dei medici specialisti e il 50% dei medici di medicina generale (MMG) ci sarà un impatto rilevante sul sistema sanitario nei prossimi cinque anni delle Terapie Digitali, le soluzioni tecnologiche per ottimizzare la cura del paziente (sia di concerto che indipendenti da farmaci, dispositivi o altre terapie). I medici già consigliano ai propri pazienti le App per la salute, tra cui quelle per migliorare l’attività fisica (44% degli specialisti e dei MMG), quelle per ricordarsi di prendere un farmaco (36% specialisti e 37% MMG) e quelle per monitorare i parametri clinici (35% specialisti e 40% MMG).

Anche i cittadini sono tecnologici

Dall’altra parte rispetto ai medici ci sono i cittadini, anch’essi a loro agio con le nuove tecnologie. Infatti, durante l’emergenza sanitaria il 71% di coloro che hanno avuto bisogno di informarsi sui corretti stili di vita lo ha fatto sul web e il 79% vuole farlo in futuro. Il 74% è interessato a farlo per cercare informazioni su problemi di salute e malattie e il 73% per farmaci e terapie. Le App per la salute più utilizzate sono per mettere alla prova le abilità mentali (28%), per aumentare l’attività fisica (23%) e per migliorare l’alimentazione (14%). Più limitato l’impiego di chatbot e assistenti vocali per l’autovalutazione dei sintomi (10%).

Durante il lockdown più spesa per benessere e passioni

Durante il lockdown i prodotti elettronici, quelli per la cura di sé e il benessere, per la casa, il giardinaggio e la cucina hanno registrato un incremento delle vendite, mentre le spese in abbigliamento e accessori hanno subito una battuta d’arresto, con un decremento a doppia cifra per le calzature e i gioielli. Atteggiamenti divergenti si rilevano invece nell’ambito degli accessori, in particolare, le borse. Se la maggior parte delle regioni ha ridotto lo shopping in questa ultima categoria, la Liguria ha raggiunto un +12% e la Puglia un +22%.

Si tratta dei risultati di un’analisi di Qvc Italia, secondo cui l’homewear e il nightwear sono i comparti che hanno dimostrato il maggiore dinamismo.

Incrementi per giacche, maglieria e comparto beauty

Allo stesso tempo sono andate molto bene le vendite di giacche, complici probabilmente le videocall dello smartworking. In tutte le regioni c’è stata una crescita relativa agli acquisti di questo capo, con un aumento del 65% in Friuli-Venezia Giulia e del 45% in Trentino-Alto Adige. Sono positivi anche i dati della maglieria, con +51% in Piemonte e +47% nelle Marche. Nel comparto beauty, invece, le tendenze sono state diverse e articolate. Se bath & body in generale ha avuto un trend in linea con il 2019, i beauty tool hanno funzionato in tutte le regioni, con incrementi dell’oltre 40% in Campania, riferisce Adnkronos.

Boom per l’haircare e l’health&fitness

Il make-up invece è regredito, a favore del nail care (+90% in Calabria) e dell’haircare, che ha registrato un vero e proprio boom. Qui il Veneto è ultima in classifica, con una crescita del 42%, mentre le Marche detengono il primato, con un +132%. La cura dei capelli raggiunge così un ruolo centrale nella definizione della propria immagine. Per quanto riguarda il benessere, sono state osservate performance interessanti nell’ambito degli integratori, con un picco in Trentino-Alto Adige (+60% rispetto al 2019). Lo shopping di prodotti per l’health&fitness però è cresciuto un po’ ovunque, anche se le regioni più “sportive” sono state la Lombardia (+150%) e le Marche (+208%).

Acquisti online per tecnologia, food, e passatempi

Le clienti Qvc hanno però potenziato, o scoperto, anche l’elettronica, e i computer e i prodotti informatici sono cresciuti soprattutto in Puglia e Veneto.

Utenti più confidenti anche con il tema degli acquisti online, tanto che fra marzo e maggio le regioni più propense all’e-commerce sono state le Marche (soprattutto prodotti health), l’Umbria (haircare) e l’Abruzzo, con doppie cifre nel food. Gli acquisti di prodotti gastronomici sono raddoppiati anche in Umbria, Basilicata e Calabria. Fra i passatempi, quello che ha avuto più successo è stato il gardening, con un picco in Puglia (+142%), una crescita che consegna alla regione il primato d’Italia. Per quanto riguarda l’home decoration il Friuli si è dimostrato più sensibile al comparto, mentre la Liguria ha registrato una decrescita. La categoria household, infine, ha interessato tutta Italia, con un notevole incremento degli acquisti in Puglia e Lombardia.

L’Italia è tra Paesi più colpiti dall’infodemia. Cina e Russia principali fonti di disinformazione

In queste settimane di crisi sanitaria la disinformazione si è alimentata di paure e ansie, e ovviamente si è concentrata sui Paesi più colpiti dal Coronavirus. L’Italia è purtroppo fra questi, e nel nostro Paese la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni errate o fuorvianti ha trovato un terreno fertile per poter prosperare. Il Covid ha reso le società più vulnerabili, e non solo dal punto di vista sanitario ed economico. Accanto alla pandemia si è diffusa la cosiddetta infodemia, un fenomeno contro il quale sono impegnati i governi e i giganti del web. Ma secondo la Commissione europea si dovrebbe fare di più.

Google ha bloccato e rimosso oltre 80 milioni di inserzioni pubblicitarie legate al Covid

Le principali fonti di disinformazione risultano essere la Russia e la Cina, riporta Ansa. Secondo la vicepresidente della Commissione europea, Vera Jurova, “abbiamo sufficienti prove per dirlo”. Inoltre, durante la presentazione in videoconferenza stampa a Bruxelles sulla disinformazione, la vicepresidente Jurova ha indicato come durante la pandemia “Google abbia bloccato e rimosso oltre 80 milioni di inserzioni pubblicitarie legate al Covid a livello globale”.

Bloccare il flusso di entrate pubblicitarie legate alla disinformazione

“Dobbiamo garantire che le piattaforme online siano trasparenti, perché i cittadini devono sapere da dove e come arrivano loro le informazioni”, ha aggiunto Vera Jurova, onde evitare che vengano stanziati “incentivi finanziari per diffondere la disinformazione”.

Per questo motivo, ha sottolineato ancora la vicepresidente della Commissione europea, “stiamo prendendo provvedimenti per comprendere meglio il flusso di entrate pubblicitarie legate alla disinformazione”.

Secondo la vicepresidente, la lotta alla disinformazione non significa censurare le informazioni sbagliate. “Coloro che sono responsabili dell’argomento in questione devono avere un atteggiamento proattivo e diffondere fatti veri – ha commentato – e difendere le informazioni affidabili”.

Le piattaforme online e i social network devono fare di più

Nella lotta ai contenuti lesivi legati alla crisi da coronavirus, “le piattaforme online devono fare di più” – ha spiegato la vicepresidente -. Il nostro Codice sulla disinformazione è stato solo il primo passo. Ha margini di miglioramento”. Per questo, ha sottolineato Vera Jurova, “ora invitiamo gli online a fornire relazioni mensili con informazioni più dettagliate che mai”. Anche perché si teme che dopo il coronavirus, “i vaccini saranno il prossimo campo di battaglia”, ha puntualizzato.

Il social network cinese TikTok, ha assicurato Jurova, “mi ha confermato che stanno aderendo al Codice Ue sulla disinformazione e concluderanno molto presto le formalità. E stiamo negoziando anche con WhatsApp”.

Fase 2, puntare sull’occupazione femminile per uscire dalla crisi

Nei settori della sanità e dell’istruzione le donne sono il 72,4% dei lavoratori occupati, e nei servizi destinati alla persona sono il 69,1%. Insomma, nei settori chiave del nuovo sociale le donne sono la maggioranza, circa 3,8 milioni rispetto a 1,5 milioni di uomini. È quanto emerge dai dati Eurostat elaborati da Rur, Rete Urbana delle rappresentanza, nella ricerca Le energie femminili indispensabili per ripartire. Secondo lo studio per ripensare ai cambiamenti strutturali necessari a ridare slancio alla nostra economia un ruolo decisivo dovrà essere ricoperto dal sostegno all’occupazione, soprattutto all’imprenditorialità femminile.

“La questione femminile è il motore più importante per il cambiamento”

“Se effettivamente volessimo elaborare strategie d’innovazione a seguito della più importante crisi globale dopo la Seconda Guerra Mondiale la questione femminile dovrebbe costituire il motore più importante per il cambiamento – commenta il presidente della Rur Giuseppe Roma -. Fra i grandi Paesi europei, infatti, il nostro mercato del lavoro include la quota più bassa di donne occupate, pari al 42,5% del totale, a fronte di una media europea del 46%, e valori ancora più elevati di Francia (48,3%) e Germania (46,7%)”.

Per colmare il divario con l’Europa nell’occupazione femminile, riporta l’Ansa, sarebbero necessari 1.617.000 nuovi posti di lavoro destinati alle donne, mentre se si volesse dimezzare il divario servirebbero 250.000 nuove occupate l’anno per il prossimo triennio.

“Un divario talmente pronunciato da indicare un’assoluta priorità”

Già all’avvio del lockdown a febbraio 2020 il divario fra i tassi di occupazione era molto rilevante: 50% quello femminile e 68% maschile, riferisce OrizzonteScuola. Inoltre, la distribuzione regionale offre un ulteriore elemento per pensare alle strategie d’uscita dalla crisi. Ad esempio, tra il tasso d’occupazione femminile della Provincia Autonoma di Bolzano (67,9%) e della Sicilia (29,8%) il divario è talmente pronunciato da indicare “un’assoluta priorità che la politica non può permettersi di ignorare – aggiunge Roma – se vuole dare alla Fase 2 un’impronta di innovazione e non di semplice assistenzialismo”. Per questo motivo è necessario un intervento per incentivare l’occupazione e l’imprenditorialità femminile soprattutto nel Mezzogiorno.

“Senza donne continueremo nella pluridecennale traiettoria di stagnazione”

“Se davvero ci sarà un A.C. (Ante Covid) e un D.C. (Dopo Covid) dovremmo immaginare un futuro sostenuto da un’economia maggiormente profilata sui bisogni di un nuovo sociale – sottolinea ancora Roma – in cui conterà la salute, il sapere, lo smart working, la cultura, ambiti dove offrono un contributo decisivo le donne”. Accrescere la partecipazione femminile al lavoro è cruciale, ma intervenendo sui servizi e “non solo sui bonus, sulla flessibilità d’orario e sul lavoro a distanza – puntualizza il presidente della Rur -. Senza donne continueremo nella pluridecennale traiettoria di stagnazione”.

Diritto all’oblio sul web, il 22% delle richieste a Google arriva dai politici

Il Diritto all’oblio prevede che il gestore di un motore di ricerca sia responsabile del trattamento dei dati personali degli utenti, ed è obbligato a rimuovere i link a determinate pagine web dalla lista dei dati personali. “Diritto che si applica qualora l’informazione sia inesatta, inadeguata, non pertinente o eccessiva”, spiega Andrea Baggio, Ceo di ReputationUP, specializzata nella online reputation management, e l’eliminazione di contenuti diffamanti online.

La richiesta di rimozione viene perciò analizzata dai responsabili del motore di ricerca e vengono ponderati sia gli interessi dell’utente sia l’interesse pubblico ad accedere alle informazioni. E il 22% delle richieste di rimozione url pervenute a Google sulla base del Diritto all’oblio arriva da politici e funzionari statali.

La classifica di chi chiede di “ripulire” la propria reputazione online

Il dato, elaborato dal Centro Studi di ReputationUP, mette in evidenza quanto riportato nel Google Transparency Report dal giugno 2014 al febbraio 2020. E secondo la classifica di chi richiede di “ripulire” la propria reputazione online al primo posto risultano i minorenni, con il 42.0% delle richieste, al secondo politici/funzionari statali (22.2%), al terzo entità aziendali (18.8%), seguite da personaggi pubblici estranei alla politica (14.2%), e altri soggetti (2.8%).

Una sentenza storica per il settore della reputazione online

Degna di nota, nel settore della reputazione online, è la sentenza della Corte di Giustizia Europea emanata il 13 maggio 2014, incentrata sugli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti.  Il dispositivo parla per la prima volta di interesse pubblico quale discriminante del diritto di cronaca quando si tratta di informazioni “non adeguate, irrilevanti o non più rilevanti”.

Questo ha permesso a qualunque cittadino dell’Unione Europea di poter dar vita a un’azione giudiziaria per la rimozione di tutti i contenuti digitali compromettenti e non rilevanti all’interesse pubblico.

Perché il diritto a essere dimenticati non sta funzionando

Un diritto, quello di essere dimenticati, che però non sta funzionando come dovrebbe. A oggi, secondo dati aggiornati al mese di febbraio 2020, Google ha ricevuto circa 3.5 milioni di richieste, e a causa di questo, i tempi di risposta da parte del gigante americano possono essere molto lunghi e arrivare fino a due anni. Chi può permettersi di aspettare questi tempi lunghi per far valere il proprio diritto all’oblio? “Nessuno tra politici, manager e imprenditori può permettersi di aspettare così tanto per vedere la propria immagine online ripristinata – continua Andrea Baggio -. Per questo c’è bisogno dell’aiuto di professionisti, capaci di gestire la propria reputazione in tempi veloci, e nel migliore dei modi possibili”.