Space Economy, potenziale di business e innovazione

La Space Economy non è più solo la frontiera dell’innovazione tecnologica, ma anche di business per tutte le imprese che fanno parte della tradizionale industria spaziale, dai fornitori di servizi digitali alle aziende End User interessate alle applicazioni finali. Il potenziale della Space Economy però è ancora tutto da cogliere. Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Space Economy della School of Management del Politecnico di Milano, a livello globale gli investimenti governativi nella space economy sono pari a circa 90 miliardi di dollari, di cui poco meno della metà negli Stati Uniti. In Italia gli investimenti sono decisamente inferiori (1,13 miliardi nel 2018), ma lo spazio è al centro della strategia del Paese.

Italia seconda in Europa

L’Italia è uno dei sette Paesi a essersi dotato di un’agenzia spaziale con un bilancio superiore al miliardo. È quinta al mondo e seconda in Europa per spesa in rapporto al PIL (0,55%), ed è  il terzo contribuente dell’Agenzia Spaziale Europea con 665,8 milioni di euro nel 2020, dietro a Germania e Francia. Per spingerne ulteriormente lo sviluppo il governo ha varato il Piano Strategico Nazionale Space Economy, del valore di 4,7 miliardi di euro.

La filiera dello spazio

I player che compongono l’ecosistema della Space Economy operano principalmente in quattro ambiti, Earth Observation, Satellite Navigation, Satellite Communication, e Accesso allo Spazio, ovvero l’insieme delle attività per l’esplorazione spaziale. La Space Economy è in grado di abilitare nuove applicazioni e servizi innovativi sia fra gli operatori della tradizionale industria spaziale sia fra i fornitori di servizi digitali basati su tecnologie spaziali. In Europa circa un centinaio di aziende si occupa di data processing e sfruttamento dei dati satellitari, concentrate prevalentemente in Regno Unito e Francia. I settori più coinvolti da queste attività sono produzione e distribuzione di energia, agricoltura, trasporti terrestri e marittimi, protezione ambientale. 

Il futuro della Space Economy

Fra i principali trend della Space Economy del futuro il primo è il progressivo abbassamento dei costi per le aziende spaziali, dovuto all’allungamento della vita utile degli asset spaziali e una loro maggiore interconnessione per migliorarne le performance. Il secondo è la sostenibilità: le tecnologie spaziali possono contribuire agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030, ad esempio aiutando a sviluppare l’internet satellitare.

Connettività, disponibilità di dati e digitalizzazione sono un altro elemento fondamentale per spingere la crescita della Space Economy.

Cogliere le opportunità offerte da questi trend sarà possibile solo con una regolamentazione favorevole all’innovazione, che consenta alla filiera nazionale di operare in condizioni di vantaggio competitivo e di attrarre capitali.

Pmi e sostenibilità, una sfida per uscire dalla crisi

La sostenibilità può aiutare a uscire più rapidamente dalla crisi economica innescata dalla pandemia. Ne è convinto il 30% delle Pmi italiane, una percentuale che sale al 39% tra le aziende con almeno 50 dipendenti. Oltre l’80%, poi, considera la sostenibilità un elemento importante nelle scelte strategiche e di investimento. E un ulteriore 80% ritiene di dover valutare gli aspetti ambientali, sociali e di governance nella concessione del credito. Più in generale, le aziende italiane ritengono anche indispensabile incrementare informazione e promozione sugli strumenti di finanza sostenibile. Lo affermano i risultati dell’ultima indagine di BVA Doxa per il Forum della Finanza Sostenibile, condotta su un campione rappresentativo di 477 Pmi italiane.

Opportunità e sfide

Nel nuovo contesto socio economico condizionato dalla pandemia il 37% delle Pmi prevede quindi un aumento dell’attenzione sui temi ambientali, sociali e di governance (ESG). La dimensione ambientale è quella più conosciuta, apprezzata e codificata dalle Pmi, ma i maggiori benefici che derivano dal perseguire iniziative di sostenibilità sono legati a strategie di marketing e di prodotto per il 73% del campione, e per il 52% al miglioramento della reputazione e dell’attrattività dell’azienda. I freni per lavorare in chiave sostenibile sono rappresentati principalmente da costi più elevati (52%), e da difficoltà burocratiche, come ad esempio, ottenere e mantenere le certificazioni (50%).

Il ricorso all’Investimento Sociale e Responsabile

La maggior parte delle Pmi considera la sostenibilità un elemento importante nelle attività finanziarie e creditizie. Infatti, l’80% ritiene che gli operatori finanziari dovrebbero affiancare gli indicatori ESG a quelli tradizionali per valutare adeguatamente il merito creditizio. Per il 33%, poi, i progetti sostenibili dovrebbero beneficiare di condizioni di finanziamento migliori, mentre il 70% dichiara di raccogliere dati ESG a uso interno, per gli stakeholder oppure da rendere disponibili al pubblico. Il ricorso all’Investimento Sociale e Responsabile (SRI) presenta ancora ampi margini di progressione. Infatti, solo un’azienda su tre ha preso in considerazione i prodotti di finanza sostenibile, e meno del 30% ha adottato strumenti come i rating di sostenibilità o ha redatto una Dichiarazione Non Finanziaria.

Le banche sono il punto di riferimento principale

La ragione principale consiste nel fatto che promozione e comunicazione sono ancora limitate, tanto che al 70% delle aziende intervistate non è mai stato proposto di valutare forme di finanziamento per progetti sostenibili. Gran parte delle Pmi, infatti, chiede agli operatori finanziari di incrementare termini economico-finanziari, reputazionali e di marketing/posizionamento. In ogni caso, le banche emergono ancora come il principale punto di riferimento. La maggior parte delle Pmi attribuisce loro una funzione importante sia nella scelta degli strumenti finanziari (41%) sia nella promozione dei prodotti SRI (35%).

Denaro contante e Covid: in 9 milioni hanno paura del contagio

Sono oltre 9 milioni gli italiani che dichiarano di non usare più monete e banconote per paura di essere contagiati dal virus Covid-19. Se, a livello nazionale, la percentuale di chi afferma di abbandonare il contante per paura del contagio è pari al 19%, a essere più propensi a questa scelta sono gli uomini, il 21% rispetto al 17% delle donne, e i residenti nelle aree Nord-Ovest (24%).

Si tratta dei dati di un’indagine di Facile.it condotta dall’istituto di ricerca EMG Acqua a metà ottobre 2020.

Gli italiani non rinunciano a monete e banconote per spese di piccolo taglio

Per i pagamenti delle piccole spese quotidiane il 64% degli italiani usa ancora in via esclusiva o preferenziale il denaro contante, ma alla luce di alcuni provvedimenti del Governo, come cashback e lotteria degli scontrini, qualcosa sembra pronto a cambiare. Il 59,4% del campione intervistato dichiara che considerati questi incentivi, da ora in avanti userà maggiormente carte di credito, bancomat e prepagate. A fare da contraltare, però, il 20,4% degli intervistati (26,1% nei centri abitati con oltre 100.000 residenti) sostiene di non avere alcuna intenzione di rinunciare a monete e banconote se la spesa è di piccolo taglio.

Zero commissioni? La parola ai clienti

Quale opinione hanno i consumatori sull’abolizione delle commissioni a carico degli esercenti per importi inferiori a 5 euro pagati con moneta elettronica? Come prevedibile, la stragrande maggioranza degli intervistati (89,6%) è favorevole all’eliminazione, ma quello che colpisce sono le motivazioni. Quasi 1 su 3 (31,3%) afferma infatti di essere favorevole perché ritiene questo possa fare emergere una buona parte di evasione fiscale. Appena meno (29,6%) sono coloro per cui questo provvedimento avrebbe come effetto quello che gli esercenti non avrebbero più scuse per non accettare pagamenti con carte elettroniche anche per piccoli importi. E uno su quattro (26,2%) dichiara invece di essere favorevole perché ciò consentirebbe di limitare l’uso del denaro contante e, così, potrebbe aiutare a contenere la diffusione del Covid.

Dire o no addio al contante

Se più di un italiano su quattro (27,1%) oggi usa esclusivamente denaro contante il 36,9% ricorre alla carta unicamente se si trova a non avere in tasca monete o banconote.

C’è poi chi usa prevalentemente la carta elettronica e ricorre al contante solo se il commerciante non accetta pagamenti elettronici (29,4%), e chi, nel caso il commerciante non accetti carte elettroniche, cambia negozio (6,6%). Ma quali sono le ragioni per cui oltre 16 milioni non vogliono dire addio al contante? Per il 18% il contante viene percepito come più comodo, il 17,2%) ha difficoltà a controllare le proprie spese personali e il 16,8% ha paura di furti e clonazioni. Il 4%, poi, non vuole rinunciare a monete e banconote per timore di essere controllato.

Laser industriali: migliore produttività e costi contenuti

Una delle sfide che oggi interessa maggiormente l’intero settore industriale e quello della produzione in genere, è il riuscire ad aumentare il livello di produttività per rispondere in maniera soddisfacente alle richieste di mercato ma soprattutto alle richieste da parte dei clienti, che sono sempre più esigenti dal punto di vista dell’evasione degli ordini e dunque dei tempi di consegna.

Maggiore precisione di taglio e affidabilità

Questo è il motivo per il quale realtà produttive di ogni settore trovano nei laser industriali l’alleato perfetto in grado di consentire loro di riuscire a produrre più pezzi in un arco di tempo ristretto, aumentando al tempo stesso la qualità della produzione. Il laser infatti è gestito autonomamente da un robot, ed è in grado di garantire una precisione di taglio che non teme paragoni sia per quel che riguarda la cura dei più piccoli particolari che per la curvatura e tutte le altre difficoltà di taglio, saldatura o marcatura che di norma interessano il taglio laser quando questo è gestito da un operatore umano.

Vi è inoltre da considerare che c’è un interessante ritorno a livello economico in quanto chiaramente è necessaria meno manodopera e soprattutto un numero di ore lavorative inferiore per produrre lo stesso numero di pezzi. Dunque i vantaggi nell’operare con i laser industriali sono notevoli e per questo vi fanno ricorso realtà aziendali di ogni settore: dall’ambito medico-estetico a quello militare, dal settore aerospaziale a quello dell’industria automobilistica, giusto per citare alcuni esempi.

I laser industriali di Optoprim

Sul sito di Optoprim è possibile visionare un’ampia panoramica di laser industriali così da farsi un’idea su quelli che possono essere i laser maggiormente adatti alla tipologia di utilizzo che se ne intende fare. Ad ogni modo è possibile richiedere una consulenza specifica e lasciarsi così aiutare dallo staff, il quale sarà certamente in grado di individuare la soluzione che maggiormente è in grado di soddisfare le necessità specifiche.

Effetto Covid sul lavoro, tiene l’industria, non il commercio e i servizi

Tra giugno 2019 e giugno 2020 è l’industria il settore che ha retto meglio l’impatto della pandemia da Covid-19, con un calo di soli 10mila occupati. In affanno, invece, il commercio all’ingrosso e al dettaglio e i servizi alle imprese, legati soprattutto alla chiusura di molte attività durante il lockdown e al ricorso allo smart working. Alla luce degli ultimi dati Istat sulle Forze Lavoro relativi al secondo semestre 2020, la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha tracciato un focus intitolato Gli effetti della crisi sull’occupazione: un primo bilancio settoriale. Dal focus emerge come l’effetto della pandemia sull’occupazione sia fortemente differenziato a livello settoriale, esponendo alcune attività produttive a una crisi senza precedenti e altre a cercare di resistere, aiutate anche dal blocco dei licenziamenti, che già a fine anno potrebbe portare a un saldo occupazionale ben diverso da quello di giugno.

Il crollo di 841mila occupati è tutto a carico dei servizi

Nell’arco di un anno (giugno 2019/giugno 2020) il mercato del lavoro italiano ha registrato un crollo di 841mila occupati (-3,6%), almeno per il momento, tutto a carico dei servizi. Questa macro-area dell’economia nazionale ha contribuito alla quasi totalità delle fuoriuscite dal mercato del lavoro nell’ultimo anno (96,3% del totale). La crisi maggiore, dopo i servizi ricettivi (-28,3%), colpisce le attività di ricerca, selezione e fornitura di personale (-18,6%), quelle domestiche (-16,7%), amministrative e di supporto alle imprese (-15,7%), noleggio e leasing (-15,2%), produzione cinematografica (-14,9%,; ristorazione (-13%). Seguono le attività immobiliari, i servizi per edifici e paesaggio, pubblicità e ricerche di mercato, le telecomunicazioni, commercio al dettaglio e le attività legate all’industria dell’intrattenimento, con perdite occupazionali che oscillano tra il 5% e 10%.

Alcuni settori hanno registrato un saldo occupazionale positivo

Se la maggior parte delle realtà economiche si trova in condizioni di grande criticità o forte incertezza, ci sono settori che, in controtendenza con l’andamento generale, lo scorso mese di giugno hanno registrato un saldo occupazionale positivo rispetto allo stesso periodo del 2019. Un esempio è il comparto costruzioni, cresciuto di 20mila occupati (+1,5%), soprattutto per il completamento di alcune opere o la ristrutturazione di alcune attività alla ripresa. Seguono i servizi legati alla fornitura di energia elettrica, che hanno segnato un balzo in avanti del 12,2%, i servizi di informazione (9,8%) e la ricerca scientifica (8,2%).

Cresce la filiera legata alle tecnologie e al digitale

Cresce anche la filiera legata alle tecnologie e al digitale, come riparazione di computer per casa e uso personale (+8,2%) e la fabbricazione di pc e prodotti dell’elettronica (8,2%), e la programmazione e consulenza informativa (+3,9%).

Si tratta di settori che hanno beneficiato dell’ampio ricorso alle tecnologie durante il lockdown. Anche i servizi personali, come parrucchieri, estetisti, lavanderie, hanno registrato un piccolo balzo in avanti (+2,2%), così come la produzione di prodotti farmaceutici (+7,1%). 

Sanità, aumentano gli investimenti nel digitale

Il digitale non solo ci ha permesso di lavorare, studiare, comprare, parlare, informarci e divertirci durante il periodo del lockdown, ma sempre più avrà la responsabilità della nostra salute. Questo perché l’emergenza sanitaria ha fatto crescere la consapevolezza tra cittadini, professionisti sanitari e manager delle strutture sanitarie di quanto possa contare il  contributo del digitale nel processo di prevenzione, cura e assistenza. Ma è ancora lontana una piena evoluzione del sistema sanitario italiano verso il modello della “Connected Care”, ovvero un sistema salute connesso e personalizzato, grazie a un utilizzo maturo delle tecnologie digitali, alla valorizzazione dei dati e all’empowerment dei cittadini e dei professionisti.

Boom di interesse per la Telemedicina

Nel 2019 la spesa per la Sanità Digitale era cresciuta del 3%, raggiungendo un valore di 1,43 miliardi di euro e confermando il trend di crescita già osservato negli ultimi anni. Per il 2020, il 45% dei CIO (direttori informatici) delle aziende sanitarie stima un aumento delle spese correnti e il 47% una crescita degli investimenti per la sanità digitale. Il boom di interesse per la Telemedicina durante il lockdown ha portato a un aumento delle sperimentazioni: il 37% delle strutture sanitarie sta sperimentando il Tele-monitoraggio (27% nel 2019) e il 35% la Tele-visita (15% nel 2019). Sono questi alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano.

I medici? Sempre più smart

Anche il “connubio” tra professionisti e digitale non fa paura. In base all’Osservatorio, i medici sono sempre più aperti all’uso di strumenti digitali. E secondo il 57% dei medici specialisti e il 50% dei medici di medicina generale (MMG) ci sarà un impatto rilevante sul sistema sanitario nei prossimi cinque anni delle Terapie Digitali, le soluzioni tecnologiche per ottimizzare la cura del paziente (sia di concerto che indipendenti da farmaci, dispositivi o altre terapie). I medici già consigliano ai propri pazienti le App per la salute, tra cui quelle per migliorare l’attività fisica (44% degli specialisti e dei MMG), quelle per ricordarsi di prendere un farmaco (36% specialisti e 37% MMG) e quelle per monitorare i parametri clinici (35% specialisti e 40% MMG).

Anche i cittadini sono tecnologici

Dall’altra parte rispetto ai medici ci sono i cittadini, anch’essi a loro agio con le nuove tecnologie. Infatti, durante l’emergenza sanitaria il 71% di coloro che hanno avuto bisogno di informarsi sui corretti stili di vita lo ha fatto sul web e il 79% vuole farlo in futuro. Il 74% è interessato a farlo per cercare informazioni su problemi di salute e malattie e il 73% per farmaci e terapie. Le App per la salute più utilizzate sono per mettere alla prova le abilità mentali (28%), per aumentare l’attività fisica (23%) e per migliorare l’alimentazione (14%). Più limitato l’impiego di chatbot e assistenti vocali per l’autovalutazione dei sintomi (10%).

Dopo il lockdown è boom di runners

Dopo la pandemia i runners stanno vivendo un momento d’oro. Da segnalati e insultati durante il lockdown, adesso sono sempre più imitati e, tra adulti, ragazzi, ma perfino anziani e bambini, ora tutti calzano le scarpe da corsa, magari per la prima volta. Un report condotto nel mese di aprile da Ascis su 14.000 runners di 12 Paesi attesta che oltre un terzo di loro è più attivo di quanto non lo fosse prima dell’inizio della pandemia. E i dati delle app di monitoraggio del fitness mostrano che i corridori stanno facendo progressi, allenandosi di più e facendo più record. Tanto che ad aprile l’app Runkeeper ha registrato un aumento del 252% delle iscrizioni e un incremento del 44% degli utenti attivi mensili rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Stesso trend per i runners principianti, cresciuti del 47,3% rispetto allo scorso anno.

La corsa dei vip è sui social

Inoltre, da Instagram a twitter, da whatsapp a tik-tok foto e video di runners accumulano like e commenti. Con quasi 900k follower @runnersworldmag è la bibbia per chi corre, e si moltiplicano i Vip con le scarpe ai piedi, dalla cantante Alicia Keys all’attrice Katie Holmes e la ex baywatch Pamela Anderson, riporta Ansa.

“I dati sul traffico hanno mostrato un incremento attorno del 30% già nei mesi del lockdown e, al termine, il post su come iniziare a correre ha avuto un incremento significativo di letture – spiega Martino Pietropoli, cofondatore di @runlovers, community specializzata per gli amanti della corsa -. Questo significa che l’interesse è decisamente in aumento anche in Italia”.

Le maratone diventano virtuali

Di pari passo però si registra una ‘crisi da astinenza’ da gare: ancora niente maratone, mezze maratone né raduni perché le regole del distanziamento sociale ci sono ancora. Perciò anche gli eventi hanno traslocato sui social. Staffette, maratone e raccolta fondi si moltiplicano sulle community specializzate.: “Abbiamo lanciato da poche settimane la Virtual Race#IOCORROQUI che è iniziata il 25 luglio e proseguirà per l’estate – precisa Pietropoli -. Si può partecipare correndo per strada, in spiaggia o sul tapis roulant, in staffetta o da soli”. D’altronde hanno traslocato su tapis roulant anche le maratone di Berlino e di Boston, e si attendono e linee guida per quella di New York, anch’essa in edizione virtuale.

Aumentano anche gli acciacchi dovuti alla corsa “fai da te”

A fronte del boom di runners gli ortopedici americani stilano nuove raccomandazioni per allenamenti prudenti, perché le lesioni dovuti alla corsa colpiscono dal 25 al 36 % dei runners, e sono in aumento. Gli ortopedici ricordano poi che non esiste un’età migliore per iniziare a correre, mentre può essere controindicato in presenza di alcune patologie e durante la gravidanza.

Perciò va bene la corsa fai da te, ma prima un controllo sul proprio stato di salute è necessario.

Durante il lockdown più spesa per benessere e passioni

Durante il lockdown i prodotti elettronici, quelli per la cura di sé e il benessere, per la casa, il giardinaggio e la cucina hanno registrato un incremento delle vendite, mentre le spese in abbigliamento e accessori hanno subito una battuta d’arresto, con un decremento a doppia cifra per le calzature e i gioielli. Atteggiamenti divergenti si rilevano invece nell’ambito degli accessori, in particolare, le borse. Se la maggior parte delle regioni ha ridotto lo shopping in questa ultima categoria, la Liguria ha raggiunto un +12% e la Puglia un +22%.

Si tratta dei risultati di un’analisi di Qvc Italia, secondo cui l’homewear e il nightwear sono i comparti che hanno dimostrato il maggiore dinamismo.

Incrementi per giacche, maglieria e comparto beauty

Allo stesso tempo sono andate molto bene le vendite di giacche, complici probabilmente le videocall dello smartworking. In tutte le regioni c’è stata una crescita relativa agli acquisti di questo capo, con un aumento del 65% in Friuli-Venezia Giulia e del 45% in Trentino-Alto Adige. Sono positivi anche i dati della maglieria, con +51% in Piemonte e +47% nelle Marche. Nel comparto beauty, invece, le tendenze sono state diverse e articolate. Se bath & body in generale ha avuto un trend in linea con il 2019, i beauty tool hanno funzionato in tutte le regioni, con incrementi dell’oltre 40% in Campania, riferisce Adnkronos.

Boom per l’haircare e l’health&fitness

Il make-up invece è regredito, a favore del nail care (+90% in Calabria) e dell’haircare, che ha registrato un vero e proprio boom. Qui il Veneto è ultima in classifica, con una crescita del 42%, mentre le Marche detengono il primato, con un +132%. La cura dei capelli raggiunge così un ruolo centrale nella definizione della propria immagine. Per quanto riguarda il benessere, sono state osservate performance interessanti nell’ambito degli integratori, con un picco in Trentino-Alto Adige (+60% rispetto al 2019). Lo shopping di prodotti per l’health&fitness però è cresciuto un po’ ovunque, anche se le regioni più “sportive” sono state la Lombardia (+150%) e le Marche (+208%).

Acquisti online per tecnologia, food, e passatempi

Le clienti Qvc hanno però potenziato, o scoperto, anche l’elettronica, e i computer e i prodotti informatici sono cresciuti soprattutto in Puglia e Veneto.

Utenti più confidenti anche con il tema degli acquisti online, tanto che fra marzo e maggio le regioni più propense all’e-commerce sono state le Marche (soprattutto prodotti health), l’Umbria (haircare) e l’Abruzzo, con doppie cifre nel food. Gli acquisti di prodotti gastronomici sono raddoppiati anche in Umbria, Basilicata e Calabria. Fra i passatempi, quello che ha avuto più successo è stato il gardening, con un picco in Puglia (+142%), una crescita che consegna alla regione il primato d’Italia. Per quanto riguarda l’home decoration il Friuli si è dimostrato più sensibile al comparto, mentre la Liguria ha registrato una decrescita. La categoria household, infine, ha interessato tutta Italia, con un notevole incremento degli acquisti in Puglia e Lombardia.

L’Italia è tra Paesi più colpiti dall’infodemia. Cina e Russia principali fonti di disinformazione

In queste settimane di crisi sanitaria la disinformazione si è alimentata di paure e ansie, e ovviamente si è concentrata sui Paesi più colpiti dal Coronavirus. L’Italia è purtroppo fra questi, e nel nostro Paese la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni errate o fuorvianti ha trovato un terreno fertile per poter prosperare. Il Covid ha reso le società più vulnerabili, e non solo dal punto di vista sanitario ed economico. Accanto alla pandemia si è diffusa la cosiddetta infodemia, un fenomeno contro il quale sono impegnati i governi e i giganti del web. Ma secondo la Commissione europea si dovrebbe fare di più.

Google ha bloccato e rimosso oltre 80 milioni di inserzioni pubblicitarie legate al Covid

Le principali fonti di disinformazione risultano essere la Russia e la Cina, riporta Ansa. Secondo la vicepresidente della Commissione europea, Vera Jurova, “abbiamo sufficienti prove per dirlo”. Inoltre, durante la presentazione in videoconferenza stampa a Bruxelles sulla disinformazione, la vicepresidente Jurova ha indicato come durante la pandemia “Google abbia bloccato e rimosso oltre 80 milioni di inserzioni pubblicitarie legate al Covid a livello globale”.

Bloccare il flusso di entrate pubblicitarie legate alla disinformazione

“Dobbiamo garantire che le piattaforme online siano trasparenti, perché i cittadini devono sapere da dove e come arrivano loro le informazioni”, ha aggiunto Vera Jurova, onde evitare che vengano stanziati “incentivi finanziari per diffondere la disinformazione”.

Per questo motivo, ha sottolineato ancora la vicepresidente della Commissione europea, “stiamo prendendo provvedimenti per comprendere meglio il flusso di entrate pubblicitarie legate alla disinformazione”.

Secondo la vicepresidente, la lotta alla disinformazione non significa censurare le informazioni sbagliate. “Coloro che sono responsabili dell’argomento in questione devono avere un atteggiamento proattivo e diffondere fatti veri – ha commentato – e difendere le informazioni affidabili”.

Le piattaforme online e i social network devono fare di più

Nella lotta ai contenuti lesivi legati alla crisi da coronavirus, “le piattaforme online devono fare di più” – ha spiegato la vicepresidente -. Il nostro Codice sulla disinformazione è stato solo il primo passo. Ha margini di miglioramento”. Per questo, ha sottolineato Vera Jurova, “ora invitiamo gli online a fornire relazioni mensili con informazioni più dettagliate che mai”. Anche perché si teme che dopo il coronavirus, “i vaccini saranno il prossimo campo di battaglia”, ha puntualizzato.

Il social network cinese TikTok, ha assicurato Jurova, “mi ha confermato che stanno aderendo al Codice Ue sulla disinformazione e concluderanno molto presto le formalità. E stiamo negoziando anche con WhatsApp”.

Fase 2, puntare sull’occupazione femminile per uscire dalla crisi

Nei settori della sanità e dell’istruzione le donne sono il 72,4% dei lavoratori occupati, e nei servizi destinati alla persona sono il 69,1%. Insomma, nei settori chiave del nuovo sociale le donne sono la maggioranza, circa 3,8 milioni rispetto a 1,5 milioni di uomini. È quanto emerge dai dati Eurostat elaborati da Rur, Rete Urbana delle rappresentanza, nella ricerca Le energie femminili indispensabili per ripartire. Secondo lo studio per ripensare ai cambiamenti strutturali necessari a ridare slancio alla nostra economia un ruolo decisivo dovrà essere ricoperto dal sostegno all’occupazione, soprattutto all’imprenditorialità femminile.

“La questione femminile è il motore più importante per il cambiamento”

“Se effettivamente volessimo elaborare strategie d’innovazione a seguito della più importante crisi globale dopo la Seconda Guerra Mondiale la questione femminile dovrebbe costituire il motore più importante per il cambiamento – commenta il presidente della Rur Giuseppe Roma -. Fra i grandi Paesi europei, infatti, il nostro mercato del lavoro include la quota più bassa di donne occupate, pari al 42,5% del totale, a fronte di una media europea del 46%, e valori ancora più elevati di Francia (48,3%) e Germania (46,7%)”.

Per colmare il divario con l’Europa nell’occupazione femminile, riporta l’Ansa, sarebbero necessari 1.617.000 nuovi posti di lavoro destinati alle donne, mentre se si volesse dimezzare il divario servirebbero 250.000 nuove occupate l’anno per il prossimo triennio.

“Un divario talmente pronunciato da indicare un’assoluta priorità”

Già all’avvio del lockdown a febbraio 2020 il divario fra i tassi di occupazione era molto rilevante: 50% quello femminile e 68% maschile, riferisce OrizzonteScuola. Inoltre, la distribuzione regionale offre un ulteriore elemento per pensare alle strategie d’uscita dalla crisi. Ad esempio, tra il tasso d’occupazione femminile della Provincia Autonoma di Bolzano (67,9%) e della Sicilia (29,8%) il divario è talmente pronunciato da indicare “un’assoluta priorità che la politica non può permettersi di ignorare – aggiunge Roma – se vuole dare alla Fase 2 un’impronta di innovazione e non di semplice assistenzialismo”. Per questo motivo è necessario un intervento per incentivare l’occupazione e l’imprenditorialità femminile soprattutto nel Mezzogiorno.

“Senza donne continueremo nella pluridecennale traiettoria di stagnazione”

“Se davvero ci sarà un A.C. (Ante Covid) e un D.C. (Dopo Covid) dovremmo immaginare un futuro sostenuto da un’economia maggiormente profilata sui bisogni di un nuovo sociale – sottolinea ancora Roma – in cui conterà la salute, il sapere, lo smart working, la cultura, ambiti dove offrono un contributo decisivo le donne”. Accrescere la partecipazione femminile al lavoro è cruciale, ma intervenendo sui servizi e “non solo sui bonus, sulla flessibilità d’orario e sul lavoro a distanza – puntualizza il presidente della Rur -. Senza donne continueremo nella pluridecennale traiettoria di stagnazione”.