Ambiente cucina, come è cambiato dopo l’emergenza sanitaria

I lunghi mesi di lockdown e poi di limitazioni ci hanno fatto cambiare profondamente abitudini. Su tutti i fronti: degli acquisti al divertimento, dalle vacanze all’alimentazione, il Covid-19 ha veramente rivoluzionato mode e modi che ci sembravano scontati. E anche la nostra casa ha subito necessariamente questo terremoto. A maggior ragione se si considera che le abitazioni si sono dovute trasformare rapidamente anche in uffici, scuole, palestre, ristoranti… Comunque sia, la pandemia ha fatto mutare la fisionomia della casa. Dalla cucina alla zona studio, sempre più desiderata dagli italiani, anche le scelte progettuali e di arredamenti riflettono il nostro nuovo stile di vita. Senza però dimenticare il comfort e il calore casalingo, che spiega il successo di divani avvolgenti e super comodi.

Coccole ed efficienza

Alcuni di questi cambiamenti sono stati illustrati all’Ansa da Silvia Mugnano, sociologa dell’abitare della Bicocca di Milano, che durante il lockdown ha realizzato on line la ricerca #comerestoacasa. L’esperta ha messo in evidenza come, in questa nuova normalità, la cucina sia sempre più un ‘third place’, un luogo ibrido, e che anche se il 75% del campione non si è sentito stretto in casa, in  moltissimi hanno rimodulato gli spazi, ad esempio acquistando scrivanie e mobili per ricavare un piccolo studio casalingo. Insomma, la cucina è diventata il fulcro della casa – anche perchè moltissimi di noi hanno riscoperto il piacere dei fornelli, e questo spiega pure il boom di vendite di elettrodomestici e robot per la preparazione dei cibi. Due sono le tendenze principali nel “nuovo” ambiente cucina: come dice l’architetta e designer d’interni Francesca Venturoni, “Le cucine non devono sembrare cucine”, bensì devono assomigliare a un complemento di arredo come un altro. Abolite perciò le cappe e tradizionali pensili a favore di mobili meglio se sollevati da piedini, così da sembrare delle consolle, e sì anche ai sistemi a scomparsa, che attraverso delle ante permettono di chiudere lo spazio cucina, come se fosse un armadio, facendolo diventare parte del soggiorno. D’altro canto, si fa strada anche un altro trend in decisa controtendenza: la cucina è la protagonista assoluta dello spazio, con colori accesi, conviviali, pensili a giorno, ritorno dell’isola con tavoli lunghi di legno collegati direttamente al piano di lavoro, con attrezzature semi professionali in modo tale da poter lavorare e cucinare.

Sì al cibo sano

I cambiamenti riguardano anche il nostro approccio alla nutrizione e al fare la spesa. Lo spiega ancora Silvia Mugnano: “Siamo diventati consapevoli della centralità della nutrizione per motivi di salute  e vogliamo mangiare bene anche fuori casa, ecco così che il rapporto cibo/lavoro sta cambiando moltissimo: avere con noi borraccia e bento box ossia le confezioni ermetiche con dentro i nostri pranzi è entrata nella nuova normalità, inoltre siamo più consapevoli degli sprechi alimentari e dunque cuciniamo in casa e sprechiamo di meno. Il prossimo passo è riconquistare con tutto questo l’outdoor: avere spazi attrezzati alla convivialità in cui mangiare insieme ciascuno i propri piatti casalinghi, posso essere piazze e giardini urbani ma anche cortili degli uffici”.

Un adolescente su quattro salta la prima colazione

La prima colazione non dovrebbe mai mancare tra le abitudini alimentari consigliate, ma tra i Millennials il fenomeno dei ‘breakfast skipper’ è piuttosto diffuso. Dalla ricerca realizzata nel 2019 nell’ambito dell’Osservatorio Doxa-UnionFood ‘Io comincio bene’, emerge che 2 adolescenti su 10 (18%) preferiscono non mangiare nulla appena svegli, esponendosi a gravi conseguenze per la salute e il benessere psicofisico, e 1 su 4 (25, 5%) non consuma un pasto adeguato al risveglio.
“Mancare l’appuntamento con la prima colazione – dichiara la dottoressa Martina Donegani, biologa nutrizionista – comporta inevitabilmente uno scadimento delle nostre performance nelle prime ore della giornata. I ragazzi che trascurano la colazione evidenziano una minore capacità di concentrazione a scuola e una peggiore resistenza durante l’attività fisica”.

I genitori devono dare il buon esempio

Ovviamente i genitori devono dare il buon esempio, sedendosi a tavola con i propri figli per consumare tutti insieme il pasto più importante della giornata. Nelle famiglie in cui i genitori fanno colazione nella maggior parte dei casi fanno colazione anche i figli (81%). Per invogliare gli adolescenti ad adottare la sana abitudine di fare colazione ogni mattina, è importante proporre cibi piacevoli al gusto e alla vista. La colazione non deve essere un pasto monotono, ma è possibile renderla varia e allegra. Dai prodotti da forno ai pancake, dalle spremute alle centrifughe, dai biscotti al pane tostato arricchito da marmellate o creme spalmabili, la colazione può essere sempre diversa e invitante, ricca di frutti e colori di stagione.

Preferire la colazione ‘continentale’

 “Nello schema classico della cosiddetta colazione ‘continentale’, il latte o suoi derivati, primo tra tutti lo yogurt, offrono proteine e grassi che non solo forniscono materiale per costruire e mantenere i tessuti, ma agiscono anche sul controllo dell’appetito – commenta Martina Donegani -, mentre i carboidrati complessi di pane, cereali, biscotti o fette biscottate influenzano il rilascio e l’attività di ormoni coinvolti in diversi modi sia nella regolazione della sazietà sia in quella della glicemia. Un frutto fresco o una spremuta aiutano poi a integrare il giusto apporto vitaminico e a mantenere idratato l’organismo”.

Una buona abitudine anche per il controllo del peso

“Iniziare la giornata con una buona colazione aiuta anche a rispettare la suddivisione in cinque pasti che garantisce il massimo del benessere al fisico e alla mente”, aggiunge Donegani. L’effetto saziante della prima colazione, inoltre, è importante per il controllo del peso corporeo, mentre saltarla spesso “si correla a un indice di massa corporea più alto anche in età adulta – continua Donegani -, con tutte le conseguenze negative per la salute che ciò comporta: obesità, un maggiore rischio cardiovascolare e maggiore predisposizione allo sviluppo di diabete e sindrome metabolica”.

Shopping online, +15% nel terzo trimestre 2021

Le abitudini di acquisto digitale formate durante la pandemia sono diventate una vera e propria costante. Nel terzo trimestre del 2021 l’Italia conferma la propensione allo shopping online superando il dato globale, cresciuto dell’11%, e segna una crescita complessiva del 15%. Secondo le previsioni sui comportamenti di acquisto dei consumatori, per la stagione dello shopping natalizio 2021 le vendite digitali a livello globale supereranno il trilione di dollari. Si prevede però che consumatori, rivenditori e fornitori dovranno fare fronte a costi crescenti e scorte di magazzino in diminuzione a causa della forte pressione sulla supply chain. È quanto emerge dai dati relativi al terzo trimestre del 2021 dello Shopping Index, il report trimestrale di Salesforce sui trend dello shopping online.

In Italia il device che genera più traffico è lo smartphone

Sempre nel terzo trimestre dell’anno, in Italia la crescita complessiva del traffico relativo agli acquisti online cresce dell’1%, in controtendenza rispetto al calo del 2% a livello globale. L’Italia però resta tra i paesi con i tassi di conversione, ovvero il rapporto tra traffico online e ordini, più bassi al mondo (1,2%), insieme a Spagna e America Latina. Di fatto, in Italia il traffico e-commerce generato dai social media è pari all’11% e supera la media globale, dove il dato è stabile al 9%. E se a livello globale il traffico social generato da tablet ha registrato la crescita maggiore (con un aumento del 4% rispetto al terzo trimestre 2020), in Italia il device che fa da padrone, e che genera più traffico, è lo smartphone (13%), un dato coerente e in linea con i dati del il terzo trimestre 2020.

Shopping natalizio: previsioni a +7% per il commercio digitale

Secondo le previsioni di Salesforce sui comportamenti di acquisto dei consumatori, per la stagione dello shopping natalizio 2021 a livello globale si prevede una crescita complessiva del 7% del commercio digitale. Per i mesi di novembre e dicembre le vendite digitali totali raggiungeranno il record di 1,2 trilioni di dollari a livello globale, e la crescita del commercio digitale sarà trainata da un aumento del 20% dei prezzi al dettaglio, nonostante sia previsto un minor numero di ordini (-2%).

Aumento dei costi: per i consumatori i prezzi aumenteranno del 20%

Quest’anno l’aumento dei costi sembra essere in primo piano per rivenditori, fornitori e consumatori. Per i primi due sono tre i fattori che esercitano una pressione significativa sulla catena di approvvigionamento: la capacità produttiva, i costi della logistica e la carenza di manodopera. Inoltre, i problemi di inventario e l’aumento dei costi di produzione faranno lievitare l’inflazione e ridurranno i margini, generando un conseguente aumento dei prezzi al dettaglio. I consumatori quindi vedranno aumentare i prezzi del 20%. Per fare fronte a questo aumento l’utilizzo della modalità di pagamento ‘compra ora, paga dopo’ rappresenterà probabilmente l’8% degli ordini online, per un totale di spesa di circa 96 miliardi a livello globale, rispetto al 4% degli ordini nello stesso periodo nel 2020.

Il 53% delle aziende è vulnerabile agli attacchi alla supply chain


Il 53% delle aziende a livello globale ha una percezione falsata della sicurezza rispetto agli attacchi alla supply chain. Secondo il Report Acronis sulla preparazione digitale 2021, oltre la metà dei responsabili IT ritiene che l’impiego di un ‘software conosciuto e attendibile’ sia una protezione sufficiente, il che trasforma le organizzazioni in un facile bersaglio. Tanto che tre aziende su dieci riferiscono di aver dovuto affrontare almeno un attacco informatico al giorno, e solo il 20% delle aziende segnala di non aver subito alcun attacco, una percentuale in calo rispetto al 32% del 2020.

Aumentano il numero e la complessità degli attacchi

Le tipologie di attacco più diffuse quest’anno hanno raggiunto livelli record, incluso il phishing, la cui frequenza continua a crescere collocando questo tipo di attacco al primo posto (58%). Nel 2021 però è netto anche l’incremento degli attacchi malware, rilevati dal 36,5% delle aziende, con un aumento rispetto al 22,2% del 2020. Il 2021 è stato decisamente l’anno del phishing: la richiesta di soluzioni per il filtraggio degli URL è decuplicata rispetto all’anno precedente e ora il 20% delle aziende globali riconosce la pericolosità di questa minaccia. Malgrado la crescente consapevolezza circa l’autenticazione a più fattori, quasi la metà dei responsabili IT (47%) non ha ancora adottato queste soluzioni, lasciando la propria azienda vulnerabile.

Triplica la richiesta di strumenti più sicuri per la gestione da remoto

Non sorprende quindi che sia triplicata la richiesta di strumenti più sicuri per la gestione e il monitoraggio da remoto, che sale al 35,7% contro il 10% del 2020. Con il lavoro da remoto ormai riconosciuto come modalità a lungo termine, è oggi più importante che mai che i responsabili IT possano controllare e gestire una vasta gamma di dispositivi remoti. Quest’anno le aziende continuano ad adottare nuove soluzioni, ma ciò contribuisce tuttavia ad aumentare la complessità degli ambienti IT, una potenziale causa di ulteriori violazioni e di future e impreviste interruzioni operative.

I telelavoratori sono un ottimo bersaglio

Un telelavoratore su quattro ha segnalato la carenza di supporto IT come una delle principali difficoltà affrontate nel corso dell’anno, e sempre un telelavoratore su quattro non utilizza l’autenticazione a più fattori, quindi diventa facile bersaglio delle tecniche di phishing. In media, un telelavoratore su cinque è vittima di un attacco di phishing serio e riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese. Il 71% degli intervistati ha confermato di ricevere tentativi di phishing ogni mese. Malgrado i crescenti pericoli per i dipendenti, il lavoro da remoto è una realtà destinata a durare: si continuerà a lavorare e ad assumere da remoto. È un dato di fatto a cui la maggior parte dei professionisti IT deve ancora prepararsi, trovando soluzioni per la carenza di hardware, l’aumento della complessità e il maggior fabbisogno di supporto IT e soluzioni avanzate di Cyber Security. È una vera e propria crisi esistenziale alla quale le aziende devono far fronte. In caso contrario, i costi potenziali possono essere davvero eccessivi.

Pmi italiane, il 60% non ha paura di innovare

Anche i piccoli sanno innovare. La riprova è che il 60% delle Pmi italiane è molto attenta ai temi legati all’innovazione, tema che sta conquistando sempre più spazio nelle aziende, anche nelle piccole imprese fino a 5 dipendenti. Secondo l’analisi di Aruba-Idc, il 60,5% delle piccole e medie imprese da 1 a 5 dipendenti si dichiara sensibile in merito all’innovazione. L’indagine mostra che ciò si nota in particolare nelle Pmi più strutturate, che hanno da 6 a 20 dipendenti e che nel 71,6% dei casi si sono dette “molto attente” su questo tema. Questa ricerca mostra lo sviluppo delle Pmi e la crescita della digitalizzazione soprattutto grazie alla Pec, la Posta Elettronica Certificata. 

Capacità di adattarsi ai cambiamenti digitali

Ma l’analisi evidenzia molti altri aspetti positivi: il 60% delle aziende intervistate dichiara di sapersi adattare rapidamente al nuovo stile di lavoro digitale, il 75% delle imprese si concentra sulla ricerca di nuove soluzioni per migliorare il proprio lavoro quotidiano. In particolare la ricerca di Aruba e Idc, che ha coinvolto un campione di 300 piccole e medie imprese nei diversi comparti,  han voluto approfondire il “livello di digitalizzazione raggiunto dalle piccole e medie imprese italiane e comprendere come uno tra gli strumenti cardine della digital transformation, ossia la Pec, le stia supportando in questo percorso”. 

Le Pmi italiane sono 200.000 

Le piccole e medie aziende italiane, che costituiscono la base dell’economia nazionale, a oggi sono ben 200.000, come certificano gli ultimi dati Istat. Si tratta di un dato, questo, che “dimostra come davvero queste realtà rappresentino il tessuto imprenditoriale nazionale” osservano gli analisti di Aruba e Idc. Eppure “si tende ancora a ritenere che in una piccola azienda la digitalizzazione arranchi rispetto alle realtà di fascia enterprise” ma i dati raccolti mostrano che non è così. “Il cambiamento non fa più paura come prima: quasi l’85% del mercato preso in esame nella survey esprime una sostanziale apertura rispetto al tema dell’innovazione” commenta Gabriele Sposato, Direttore Marketing di Aruba. “La repentina necessità di digitalizzazione dovuta all’emergenza sanitaria ha fatto crescere tra le Pmi la consapevolezza legata all’importanza di strumenti innovativi per affrontare il proprio lavoro ed è solo il 15% ad esprimere qualche riserva al cambiamento, ancora prima cha all’innovazione”. La maggior parte delle imprese intervistate è molto sensibile all’importanza dell’innovazione nella vita aziendale. Ciò è dovuto principalmente ai Trust Services, tra cui Pec, firme digitali e fatture elettroniche, che si sono rivelate fondamentali durante la pandemia facilitando operazioni e comunicazioni altrimenti difficili se non impossibili.

Il turismo riparte: si cercano professionisti del settore

Tra i settori più colpiti dall’onda lunga del Covid-19 c’è sicuramente il turismo. Lockdown e restrizioni, controlli e limitazioni hanno infatti messo a dura prova il comparto delle vacanze, dell’intrattenimento e della ristorazione. Ora, però, sembra che le cose stiano cambiando in positivo: dopo un’estate “salva” grazie alla voglia di viaggiare degli italiani, che sono appunto rimasti in Italia, pare che ci siano segnali confortanti anche per quanto riguarda l’occupazione. Ad affermarlo con sicurezza è il sito per la ricerca di lavoro Indeed, che rivela come gli annunci di lavoro e le ricerche contenenti keyword come ‘turismo’ e ‘ospitalità’ abbiano recuperato e superato i livelli del 2020, anno in cui gli annunci nel settore turistico sul portale sono diminuiti del 40%. Nel 2021 si è verificato un rimbalzo, con un aumento del 70% rispetto allo stesso periodo del 2020. In crescita anche i click degli utenti sui lavori legati al turismo, in aumento del 96% rispetto allo scorso anno. 

Un’industria fondamentale per l’Italia

Per il nostro Paese, quella del turismo è un’industria prioritaria, che vale diversi punti del Pil. “Il turismo e l’ospitalità sono la spina dorsale di molte regioni d’Italia e sono vitali per i lavoratori stagionali” ha dichiarato Dario D’odorico, responsabile di Indeed per il mercato Italia . “Il turismo conta per 1 posto di lavoro su 10 in tutto il mondo. Data la sua natura di settore ‘labour-intensive’, il turismo gioca un ruolo importante per l’occupazione, anche in virtù dell’’effetto moltiplicatore’ che determina nello sviluppo di posti di lavoro nelle regioni rurali e non solo. Tale effetto si verifica anche nelle città più grandi, come Roma e Venezia, in settori come l’arte e la cultura, che sovente dipendono dall’arrivo di turisti internazionali”. 

Già carenza di forza lavoro?

“Notiamo, inoltre, che, mentre il mondo inizia a ripartire, il settore non sembra essere immune alla carenza di forza lavoro a cui si inizia ad assistere. Ciò significa che i datori di lavoro in questi settori dovranno diventare più competitivi per attrarre talenti. Sarà fondamentale, quindi, migliorare il proprio employer branding” aggiunge ancora D’odorico. “Attrarre talenti va oltre lo stipendio: flessibilità e benessere sono diventanti fattori chiave nella selezione”. In generale, però, l’andamento del mercato del lavoro è positivo nel nostro Paese: come precisano dal portale, le offerte di lavoro in Italia continuano in generale a crescere e sono in aumento del 34% rispetto ai livelli pre-pandemia. Risultati migliori rispetto ad altri paesi europei come la Spagna (-2,4%), il Regno Unito (+28%) e la Francia (+17%).

Investimenti welfare in forte crescita, nonostante la pandemia

Sebbene la pandemia da Covid-19 abbia innescato una crisi globale, il patrimonio complessivo degli investitori istituzionali italiani si consolida. Il totale ammonta infatti a 953,8 miliardi di euro (di cui 198 solo di previdenza complementare): si tratta di una quota paragonabile a quasi il 58% del PIL nazionale. Il dato è contenuto nell’ottavo rapporto “Investitori istituzionali italiani: iscritti risorse e gestori per l’anno 2020” del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Rispetto al forte calo registrato nel mercato finanziario (soprattutto azionario) nella prima metà del 2020 resta in terreno positivo anche il tasso di rendimento: tra i migliori, +3,6% per le Fondazioni di origine Bancaria e +3,1% per i fondi pensione negoziali. Per gli investitori istituzionali, soprattutto per i fondi pensione, restano ampi i margini di incremento per gli investimenti in economia reale. Rilevata in particolare la necessità di favorire il reinvestimento di una maggiore quota del TFR confluito ai fondi pensione nel sistema produttivo.

Più forte delle crisi finanziarie

Nonostante le ricorrenti crisi finanziarie degli ultimi anni e la crisi mondiale innescata dalla pandemia da Covid-19, il patrimonio degli investitori istituzionali che operano nel welfare contrattuale (fondi pensione negoziali, preesistenti e forme di assistenza sanitaria integrativa), delle Casse Privatizzate e delle Fondazioni di origine Bancaria è aumentato dai 142,85 miliardi di euro del 2007 ai 269,84 miliardi di euro del 2020, con un incremento dell’88,9%. In percentuale del PIL, il patrimonio di questi soggetti è quindi pari al 16,3% e, includendo anche il welfare privato (Compagnie di Assicurazione del settore vita, rami I, IV e VI, fondi aperti e PIP), tale rapporto aumenta al 57,8%. Quello che emerge dal Report è quindi il ritratto di un Paese che negli anni è riuscito a consolidare il proprio mercato istituzionale, raggiungendo ormai una dimensione rilevante.

Buone performance per tutti gli investitori istituzionali

Nel 2020 tutti gli investitori istituzionali hanno realizzato buone performance, anche se inferiori a quelle del 2019. In particolare, le Fondazioni di origine Bancaria segnano un +3,6% (6,5% nello scorso anno), seguite dai fondi pensione negoziali con un +3,1% (7,2% nel 2019), dai fondi aperti con +2,9%, dai fondi preesistenti con il 2,6% e dalle gestioni separate con +1,4%; in negativo di 0,2% solo le unit linked. Risultati ancora più apprezzabili se confrontati con i “rendimenti obiettivo” TFR, inflazione e media quinquennale del PIL, che si sono attestati rispettivamente all’1,2%, -0,2% e 2%, conclude il rapporto.

Ad agosto 2021 l’indice Pmi Terziario è stabile a 78 punti

In Italia il settore terziario è in continua e forte espansione, con un’attività nuovamente aumentata e il tasso più alto in 14 anni. L’indice Pmi servizi (Purchasing Managers Index), elaborato da Ihs Markit, il fornitore di informazioni globale, nel mese di agosto 2021 si è infatti posizionato su 78 punti, un valore invariato rispetto a luglio, e che inoltre indica per il quarto mese consecutivo un incremento della produzione terziaria italiana. L’indice Pmi è il principale indicatore economico mondiale, e si basa su indagini condotte mensilmente su un gruppo di aziende selezionate che rappresentano le economie mondiali principali e quelle in via di sviluppo. L’indice fornisce in anticipo indicazioni di ciò che sta realmente accadendo nei settori economici, monitorando i cambiamenti di variabili come produzione, nuovi ordini, livelli occupazionali e prezzi.

Per la quarta volta in quattro mesi i nuovi ordini sono aumentati

Ancora una volta, i nuovi ordini sono aumentati rapidamente, con le aziende che hanno citato come cause principali le forti condizioni della domanda e la ripartenza dei viaggi internazionali, mentre le pressioni inflazionistiche sono rallentate nel corso del mese, restando tuttavia elevate. Cardine della crescita di agosto è stato il forte aumento del flusso di ordini ricevuti dalle aziende italiane di servizi.
Per la quarta volta in altrettanti mesi, anche se in rallentamento rispetto a luglio, i nuovi ordini sono infatti aumentati, indicando un rapido tasso di crescita.

Da maggio 2021 le aziende continuano ad assumere personale

La leggera riduzione del tasso di espansione dei nuovi ordini totali di agosto riflette però principalmente la generale stagnazione del livello delle commesse estere. Allo stesso tempo, le aziende di servizi hanno continuato ad assumere personale, estendendo l’attuale sequenza di creazione occupazionale iniziata nel mese di maggio. Dai commenti raccolti, le nuove assunzioni sono state necessarie per far fronte alle maggiori necessità aziendali, ma anche in previsione di un forte incremento della domanda futura. Come conseguenza, dopo quattro mesi consecutivi di accumulo degli ordini in giacenza, il livello delle commesse inevase di agosto presso le aziende di servizi in Italia si è stabilizzato.

Un rallentamento delle pressioni inflazionistiche nel settore italiano dei servizi

Gli ultimi dati raccolti, riporta una notizia di Askanews, hanno anche indicato un rallentamento delle pressioni inflazionistiche del settore italiano dei servizi. Il carico dei costi è continuato ad aumentare, seguendo una tendenza mensile iniziata già a giugno 2020. E il tasso di inflazione, anche se continua a essere rapido, ha indicato il valore più lento degli ultimi tre mesi.

Come va il Superbonus 110%? Lo rivela un Osservatorio dedicato

Ottima idea, un po’ meno facile la messa in pratica: ecco come viene percepito e vissuto da parte dei cittadini il Superbonus 110%,  l’incentivo che agevola gli interventi di efficientamento energetico e sismico. Lo rivela il 110%Monitor – il nuovo Osservatorio Nomisma sulle operazioni di riqualificazione energetica e sismica soggette al Superbonus – che fornisce aggiornamenti trimestrali sull’andamento di questa iniziativa. L’obiettivo dell’Osservatorio è monitorare l’efficacia del Superbonus, valutarne le criticità e promuovere modelli di business che ne facilitino l’accessibilità da parte dei cittadini italiani. 

Passaggi da correggere

Ferma restando la validità dell’incentivo, ci sono delle criticità da correggere. Come riporta l’Osservatorio, “Attualmente, infatti, gli interventi asseverati stanno crescendo più lentamente rispetto alle aspettative, emerge un senso di rassegnazione da parte delle famiglie a fronte delle incertezze normative, e i condomìni – i principali destinatari di questa iniziativa – hanno delle difficoltà ad attivarsi”.  Tanto che sono sempre meno i condomini che utilizzano questa risorsa: i dati affermano che circa il 40% degli interventi riguarda le abitazioni singole. Per quanto concerne gli ambiti territoriali, gli interventi si stanno concentrando in territori come Lombardia, Veneto, Lazio ed Emilia-Romagna, regioni più pronte a gestire a livello amministrativo e realizzativo operazioni simili.

Interventi a rilento

L’analisi ha esaminato l’andamento delle richieste di intervento e quelle effettuate a poco più di un anno dal lancio dell’incentivo. Dai dati di 110%Monitor emerge come il numero di interventi asseverati sia cresciuto, ma non alla velocità attesa. L’aspetto più grave è però un certo pessimismo rispetto al bonus evidenziato da molte persone, scoraggiamento che si evince dal calo, rispetto all’anno scorso, del numero di famiglie potenzialmente interessate, che sono passate dai 10,5 milioni di maggio 2020 ai 9 milioni di giugno 2021. Un atteggiamento che conduce a un rallentamento della crescita degli interventi. I dati Enea del 17 maggio 2021 affermano che sono in corso 14.450 cantieri, per un importo lavori di 1,66 miliardi. “Una percentuale esigua rispetto alla domanda potenziale”, ha commentato Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo Nomisma.

“Effetto rassegnazione”

Quali sono però le criticità che hanno portato a questo “effetto rassegnazione”, come lo ha definito lo stesso Marcatili? Sono diverse le problematiche segnalate dai cittadini, ma le principali sono l’incertezza sulle decisioni normative e l’inadeguatezza delle informazioni a disposizione degli operatori. “Ulteriori nodi problematici” rivela ancora l’Osservatorio “sono rappresentati, inoltre, dalle difficoltà riscontrate dalle imprese a causa dell’aumento dei prezzi e dal fatto che anche abusi di minima entità possono impedire l’avvio delle operazioni”.

L’Italia che invecchia: i profili di Perennials, Silver Lines e Gloomers

Ci sono italiani che invecchiano benissimo, altri così così e altri ancora per cui l’avanzare dell’età è un vero problema. Ma da cosa dipende l’attitudine al “buon invecchiamento”? Dipende a quale categoria si appartiene: Perennials, Silver Lines o Gloomers. A individuare e tracciare i tre identikit è stata una una ricerca realizzata da Doxa Pharma per Nutricia FortiFit attraverso interviste online a 500 italiani con più di 60 anni per monitorare il loro stato di salute e la percezione del proprio benessere psicofisico.

Chi sono i Perennials 

In base ai risultati dello studio, i Perennials – che rappresentano il 40% del campione – hanno in media  70 anni, sono in leggera prevalenza uomini (54% e 46% donne) e la loro parola chiave è vitalità. Hanno un atteggiamento fortemente proattivo nei confronti della vita, amano andare alla ricerca di nuove esperienze e si sentono pieni di energia. Il 69% di loro usa i mezzi digitali per esplorare nuovi luoghi e conoscenze, il 63% è attento a quello che mangia e il 40% si interessa alla propria forma fisica e fa sport regolarmente. Addirittura, non si sentono meno in forma rispetto a 5 anni fa e la loro età matura fa sì che possano fare quello che non hanno potute vivere prima.

I Silver Lines…

Un altro 40% del campione intervistato appartiene alla categoria Silver Lines: hanno in media 70 anni, sono maggiormente uomini (55% e 45% donne) e hanno fatto loro la parola d’ordine”resilienza”. Si mantengono dinamici soprattutto curando i rapporti sociali e il benessere personale, attraverso l’attività fisica e l’alimentazione. Il 68% di loro usa i mezzi digitali per rimanere in contatto con familiari e amici, il 62% sa che è importante tenersi in movimento e cerca di farlo adattando le attività alla propria età e il 33% rappresenta un punto di riferimento per la propria famiglia e si occupa regolarmente dei nipoti. Però il loro sguardo sul futuro è meno limpido rispetto a quello dei Perennials: ci sono sia momenti di positività sia di preoccupazioni.

… e i Gloomers

L’ultimo 20% del campione rientra nella categoria Gloomers, un po’ più grandi dei precedenti – hanno in media 75 anni – e soprattuto donne (68% e 32% uomini).  Meno positivi rispetto ai precedenti, i Gloomers vivono la loro età con maggiore stanchezza e disimpegno. Anche sul fronte tecnologico sono più distaccati: il 30% possiede il cellulare, ma lo utilizza soprattuto per le telefonate. La loro visione del futuro ha una connotazione in prevalenza negativa.